Nel 2050, 405 milioni di migranti nel Mondo

Presentato all'Università Cattolica di Milano “Oltre il mare”, primo rapporto sui corridoi umanitari di Caritas italiana.

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RedattoreSociale.it
5 aprile 2019

La mobilità umana aumenta nel mondo e se i trend attuali continuassero “nel 2050 i migranti a livello globale raggiungerebbero i 405 milioni”. Lo scrive Caritas italiana in “Oltre il mare – primo rapporto sui corridoi umanitari in Italia e altre vie legali e sicure di ingresso”. Il rapporto è stato presentato il 5 aprile nell’aula magna dell’Università Cattolica di Milano. “L’Europa – si legge nella relazione di 80 pagine curata dall’Ufficio politiche migratorie e protezione internazionale dell’organismo pastorale della Cei – si presenta, rispetto al fenomeno dell’immigrazione, con l’immagine di un Giano bifronte: da un lato mostra il volto accogliente di chi in questi anni ha garantito il salvataggio e l’ospitalità a centinaia di migliaia di profughi; dall’altro, quello più duro di chi mette in campo strumenti per bloccare i flussi dei migranti. Due atteggiamenti opposti che in entrambi i casi appaiono privi di una reale strategia”.

Per Caritas “l’unica risposta strutturata” di fronte alla sfida globale dell’immigrazione è quella “di programmi volti all’apertura di canali legali e sicuri di ingresso” che “insieme ai programmi di resettlement” rappresentano l’unica reale strategia “per combattere i trafficanti, scongiurare le morti in mare e garantire sicurezza ai migranti e a coloro che li accolgono”. Prima di passare in rassegna i programmi di corridoi umanitari implementati in questi anni da Chiesa italiana e Caritas, “Oltre il mare” individua le aree geografiche di crisi di maggiore interesse. Fra le zone prioritarie spiccano ol Corno d’Africa e il Medio Oriente. A cominciare dall’Eritrea dove a causa delle condizioni politiche ed economiche del Paese “oltre 500 mila eritrei hanno finora lasciato il proprio Paese e sono la seconda nazionalità come ingressi in Italia nel 2018 con 3.300 arrivi”. È quello in Sud Sudan invece “il conflitto più dimenticato dei giorni nostri” dove “2,5 milioni di persone, pari a un terzo della popolazione composta per il 63 per cento da giovani con meno di 18 anni, sono rifugiate nei sei Paesi limitrofi”. Nella più giovane nazione al mondo, nata nel 2011 dopo la proclamazione dell’indipendenza dal Sudan,  vi sono 2 milioni di sfollati interni e si è combattuto per 5 anni.

In Somalia, secondo le stime, dal 1991 sono morte a causa del conflitto scoppiato cinque anni prima circa 500mila persone. Scontri armati, siccità e disastri naturali si sono susseguiti per 30 anni portando a un situazione dove “oltre 870 mila somali sono registrati come rifugiati nel Corno d’Africa e nello Yemen, mentre circa 2,1 milioni di uomini, donne e bambini sono sfollati all’interno del paese stesso”. Per 13 milioni di persone il conflitto in Siria è stato la causa di condizioni di estrema necessità. Fra queste 3 milioni di bambini a cui è stata negata la possibilità di frequentare la scuola. Mentre “i rifugiati siriani nei Paesi confinanti sono ormai più di 5,5 milioni, di cui 3,5 milioni di persone solamente in Turchia, quasi 1 milione in Libano, oltre 600.000 in Giordania e i rimanenti suddivisi fra Nord Africa e Iraq”. Nello stesso Iraq “L’ultima consistente ondata migratoria si è avuta a partire dal 2014, quando il Paese era sull’orlo del fallimento: lo Stato islamico (IS) occupava quasi un terzo del paese, l’esercito si stava sciogliendo, oltre tre milioni di sfollati cercavano rifugio, i prezzi del petrolio stavano crollando”.

“Gli effetti di queste complesse dinamiche – si legge – ancora oggi si manifestano in un’accentuata propensione all’emigrazione da parte di molti cittadini iracheni che fuggono in cerca di protezione nei paesi limitrofi tra cui la Turchia con la quale ci sono accordi per programmi di reinsediamento verso l’Europa”. È infatti la Turchia “il Paese che ospita il maggior numero di rifugiati al mondo: 4 milioni di persone. La maggioranza di loro è siriana (3,4 milioni), ma vi sono anche irakeni (37mila), afghani (6 mila circa) e altre nazionalità”. Di questi “meno dell’8 per cento dei rifugiati vive però nei campi profughi o nei Centri temporanei di accoglienza che peraltro sono in corso di chiusura, situati nelle province turche a ridosso del confine siriano”.

“La maggior parte dei profughi sotto protezione temporanea – segnala il rapporto di Caritas – risiede nelle aree urbane, periferiche e rurali, dove i prezzi degli alloggi sono aumentati a dismisura costringendo le famiglie ad erodere buona parte dei risparmi e ad adottare strategie di sopravvivenza come la mendicanza o la costrizione al lavoro per i bambini”. Vi sono infine i casi di Giordania e Yemen. In quest’ultimo “22,2 milioni di yemeniti attualmente necessitano di assistenza umanitaria, 2 milioni di persone sono gli sfollati interni in condizioni disperate, lontani da casa e privati dei bisogni primari, e 270mila i rifugiati nei Paesi limitrofi”. Una situazione definita “così grave” a causa del conflitto scoppiato nel 2015 che “quasi 1 milione di yemeniti sfollati hanno cominciato a fare ritorno nelle loro case, anche senza le condizioni minime di sicurezza”. (Francesco Floris)

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